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L'opera esplora il legame tra Ecologia e genere, sottolineando il parallelismo tra lo sfruttamento dell'ambiente e l'oppressione delle donne.
LEFTOVER SOUL - Nasce da ciò che normalmente viene scartato.
Cartoni delle uova strappati, ridotti in frammenti, impastati con colla vinilica, sapone e farina: materiali poveri, dimenticati, privati della loro funzione originaria. Eppure, proprio da questi resti prende forma una presenza viva, intensa, profondamente umana.
LEFTOVER SOUL è un corpo femminile sospeso tra due identità.
Da un lato, una superficie bronzo cava: luminosa, quasi sacra, segnata dal tempo come una reliquia antica. Una pelle che racconta resilienza, memoria, dignità.
Dall’altro, una materia nera e convessa: chiusa, pesante, attraversata da ferite invisibili. È l’ombra che ogni essere umano può portare dentro di sé, il peso del silenzio, della paura, della violenza subita o osservata.
Fin dalla nascita veniamo condizionati. Dai colori, dal tono di voce di chi interagisce con noi, dai giochi che ci propongono. Da tutti gli stimoli esterni che riceviamo.
Vengono enfatizzati atteggiamenti che sono riconducibili non tanto al carattere della creatura di pochi mesi o anni, ma all’influenza che esercita il mondo che la circonda:
Vivacità estrema, aggressività, prepotenza sono caratteristiche accettate meglio se le dimostra un bambino, non una bambina. Remissività, dolcezza, frivolezza sono caratteristiche tollerate meglio se le dimostra una bambina, non un bambino.
Una figura femminile emerge dalla materia come da una memoria antica, quasi intrappolata e allo stesso tempo in trasformazione. Il corpo si fonde con la superficie che lo avvolge: non è solo presenza, ma voce che cerca spazio, visione che rompe la rigidità della struttura.
La scultura racconta la tensione tra costrizione e liberazione. Le forme organiche, irregolari e stratificate evocano storie sedimentate nel tempo: esperienze, silenzi, resistenze. Dal blocco compatto affiora il profilo di una donna che prende forma, come se l’arte diventasse il mezzo attraverso cui ciò che è stato invisibile torna finalmente a mostrarsi.
La violenza sul corpo, in particolare quello delle donne non è solo eco di un patriarcato ancestrale ma frutto di reificazione. Il corpo sembra perdere le categorie squisitamente umane dello spirito per smaterializzarsi in una sorta di videogame sanguinolento mediato dalla distanza virtuale.
Il titolo - uno slogan mutuato dai media americani ("se sanguina, vende") - ci mette fra l'altro dinanzi al narcisismo malevolo, tratto distintivo di molti crimini agiti sul femminile (e non solo), alimentato dall' ipertrofia dei social in cui l'estetica dell' impermanente alimenta un protagonismo effimero e irreale.
Onorare il corpo come prezioso scrigno di umanesimo è l'urgente imperativo dell'oggi.
Il pregiudizio di genere che in sostanza affonda le radici in secoli di cultura, tradizioni e strutture sociali e che in alcuni contesti e dinamiche socio-comportamentali può diventare un fenomeno invalidante e discriminante. Il passo da "Pregiudizio" a "Giudizio" è breve, l'essere giudicati sulla base di un concetto che non incontra le opinioni favorevoli di un pubblico o di una comunità, la "non condivisione" e "non accettazione" della libertà individuale, della libertà di espressione; il pregiudizio sulle donne è l'abitudine sociale di guardare in questo caso, una donna, e vedere il suo "genere" prima del suo valore, delle sue competenze, del suo potenziale o dei suoi desideri.
L'opera rappresenta un bersaglio, al cui centro è conficcata una scarpetta rossa di donna.
Rappresentando simbolicamente le donne come bersaglio, attraverso un loro oggetto emblematico come una scarpetta rossa, rimasta al centro per richiamarne la passata presenza, l'opera intende sensibilizzare in merito al fenomeno della violenza sulle donne.
Solitamente, il tempo guarisce la penuria di tenerezza.
Ma sul tuo sorriso, una cicatrice, visibile a stento, mostrerà la tua
disillusione. E non sarai mai più né Don Giovanni, né seduttore, perché il
tuo cuore, giacerà tra quelli infranti.
Con l'opera che ho realizzato intendo evidenziare il meccanismo di disumanizzazione che permette all'aggressore, in questo caso al femminicida, di compiere la sua azione tragica. La donna diventa per lui il bersaglio, l'oggetto immobile da colpire, simbolo delle sue frustrazioni, la sua paura dell'abbandono, la minaccia al suo controllo, la prova del suo fallimento e la sua ferita narcisistica.
Il corpo femminile è paradossalmente assente. In una società che mercifica, offende e violenta il corpo femminile, che lo sottrae alla sua libera espressione, il corpo delle donne finisce per essere assente: scisso in parti e sempre ostaggio dello sguardo, del compiacimento, del complimento, dell’ossessione o del desiderio quel corpo annulla, nelle sue sembianze, la propria individuale libera e assoluta identita. Che sia angelicato, o erotizzato, decorato o esposto ,il corpo femminile appartiene allo sguardo del mondo. Questa è una radice di violenza.
La composizione riflette sui processi attraverso i quali stereotipi, linguaggi e modelli relazionali vengono interiorizzati fino a essere percepiti come normali, legittimando le diverse forme di violenza correttiva. Elemento centrale è la matita bicolore, oggetto quotidiano legato alla memoria scolastica, simbolo di valutazione e correzione, che diventa metafora di una società pronta a indicare e forzare ciò che deve essere rettificato. Presentata in una comunicazione pubblicitaria che promette una valutazione equa tra uomo e donna, la matita rivela progressivamente un utilizzo sbilanciato nell'esperienza quotidiana. Il consumo della sola estremità rosa non rappresenta una maggiore quantità di errori, ma la traccia di una pratica correttiva continua e reiterata, che si applica in modo selettivo.
"Hanno provato a seppellirci,
ma non sapevano
che eravamo semi."
Dinos Christianopoulos
Quest'opera nasce dall'incontro tra fotografia, poesia e riflessione civile. Attraverso immagini evocative, simboliche e profondamente emotive, il video accompagna lo spettatore lungo un percorso che attraversa le molteplici stagioni di una relazione umana: l'incanto dell'amore, l'abbandono fiducioso, la disillusione, la sofferenza e infine la tragedia della perdita. Le fotografie non raccontano una singola storia, ma danno voce a molte storie. Sono frammenti di esperienze individuali che diventano esperienza collettiva, immagini capaci di evocare sentimenti universali e interrogativi che riguardano l'intera società. La prima poesia introduce il momento dell'innamoramento, quando ciò che appare come rifugio e protezione può lentamente trasformarsi in vincolo invisibile:
L’opera affronta il tema della fragilità, della disuguaglianza e della violenza di genere nella società contemporanea.
Il vaso a forma di torre rappresenta un luogo di protezione e sicurezza, ma al tempo stesso richiama l’idea della prigionia e della limitazione della libertà. I fiori di calla simboleggiano la purezza, l’innocenza e il lutto, mentre l’Anthurium richiama l’amore, la passione, l’ospitalità e l’amicizia.
Questi elementi, segnati da tracce di sangue, evocano il contrasto tra la bellezza apparente e la sofferenza nascosta, rappresentando relazioni o situazioni affettive, familiari e lavorative che possono trasformarsi in una “trappola”, generando oppressione e disagio.
Dualismo, pari con le bacchette che dividono il quadro. A destra il mare con il suo pendolo naturale, colori che celano la frase della parte sinistra: "Urlalo al mare". L' abisso non rimbomberà tra le conchiglie ed i sassi. Proprio in questo lato, una donna di profilo con il nastro isolante sulle labbra color oro, preziosità a discapito di se stesse, "tace". In alto "Auguri" due fedi ed il rosso, non di passione. L'occhio è pari a quello di un pesce, vitreo e sfinito dall' uomo. Siamo DisPari nella parità di Genere, per colmare il divario, dobbiamo cancellare la nostra femminilità o forse solo ribellarsi. Sperando di non essere il prossimo nome su un foglio che vola nel dimenticatoio. L' operazione nasce d'urgenza come risveglio al male che subiamo. Il pendolo è il nostro tempo, utilizziamolo per salvarci.
L’opera rappresenta una figura femminile che rivendica il diritto di percepire, elaborare e comunicare la propria realtà. Le mani aperte amplificano i sensi, mentre il volto segnato da colature scure suggerisce dolore, silenzio imposto o esperienza vissuta. La scritta ‘IO VEDO’ sul petto, insieme a ‘IO SENTO’ e ‘IO PARLO’, afferma un’identità consapevole e attiva. Il giubbotto, simbolo di protezione ma anche di conflitto, si contrappone al cuore sacro sullo sfondo e ai colori vivaci, creando un dialogo tra vulnerabilità e forza. L’opera diventa così una voce visiva contro le disuguaglianze, un invito all’ascolto e al riconoscimento della soggettività femminile.”
Il legame tra memoria,realtà e immaginazione è ciò che rende l'introspezione una presenza come atto reale e politico. Un ricordo al fine di generare e risvegliare emozioni profonde comunica, in silenzio, il bisogno dell'anima, poiché siamo tutti fatti della stessa materia dei sogni e nello spazio e nel tempo è racchiusa la nostra breve vita.
L'intelligenza artificiale ci sottrae il corpo e il linguaggio,solo la poesia e l'arte possono evitarci tutto questo poiché, IA agisce per accumulo di cultura,i poeti e gli artisti per sottrazione assoluta.
La follia nella sfera della consuetudine,in antitesi a forme inglobate prive di valori, non si sottrae a identificazioni, l'ombra si fa memoria attraverso l'illusione della coscienza.
Infine, per concludere, mi spingo a estrapolare l'istinto come voce di compassione e a usare l'arte per testimoniare la sofferenza e la forza umana e trascendendo da qualsiasi forma politica, considero l'arte una verità universale che dovrebbe raccontare ed evidenziare qualsiasi grido di dolore o atti di speranza.
Questo dipinto si inserisce in una ricerca dedicata al corpo, al suo movimento, alle sue metamorfosi e alla sua capacità di rivelare l'interiorità. Attraverso il nudo femminile, esploro ciò che rende unico un essere umano: la sua personalità, le sue emozioni, la sua presenza nel mondo.
Nel mondo occidentale contemporaneo, il corpo femminile continua a essere rappresentato attraverso norme estetiche restrittive e uno sguardo spesso plasmato da immaginari maschili. Tra idealizzazione, sessualizzazione e controllo, le rappresentazioni del corpo delle donne rimangono frequentemente lontane dalla diversità delle esperienze vissute. Il mio lavoro mira ad aprire un diverso spazio di percezione.
Dipingo a partire da modelli dal vivo e ciò che mi interessa è il momento in cui il corpo sfugge alle forme attese. Sotto la pelle affiorano le ossa, i muscoli, le pieghe, le tensioni e i movimenti che lo attraversano. Il collo si increspa, il volto si trasforma, il seno si solleva o si rilassa. Il corpo diventa un territorio in continua metamorfosi, modellato dal tempo, dalle emozioni, dalla gravità e dal desiderio di vivere.
Nel centenario della nascita di Marilyn Monroe (1926-2026), la sua figura emerge non soltanto come un'icona del cinema e della cultura popolare, ma anche come un simbolo potente di riscatto nella lotta contro la violenza sulle donne. La vita di Marilyn fu profondamente segnata da esperienze dolorose: abusi durante l’infanzia, sfruttamento nell’industria cinematografica e violenza psicologica che ne influenzarono il percorso personale e professionale. Questi traumi, lungi dal definire unicamente la sua esistenza, hanno oggi assunto un significato emblematico nel contesto delle battaglie per i diritti femminili e la tutela delle vittime.
L'opera si ispira direttamente al racconto di Ovidio (43 a.C. - 18 d.C.) tratto dalle Metamorfosi, ponendo al centro della narrazione visiva la figura di Dafne: la splendida ninfa della mitologia greca, figlia della divinità fluviale Peneo e della Madre Terra, Gea. Inseguita dal dio Apollo ossessionato da un amore non corrisposto (a causa di una vendetta di Eros che lo colpì con una freccia d'oro), la fanciulla, trafitta invece da un dardo di misero piombo, rifiutò l’amore del Dio e pregò il padre Peneo di farle cambiare sembianze pur di salvare la propria libertà, trasformandosi in albero d'alloro. Simbolo universale della donna che subisce la caccia e la violenza, Dafne fu storicamente costretta a fossilizzarsi, a farsi albero e corteccia pur di sottrarsi al proprio carnefice. In questa scultura, tuttavia, la metamorfosi non è più una fuga disperata verso l'immobilità e il silenzio, ma l'inizio di un consapevole percorso di riscatto, l'istante sacro in cui l'involucro del dolore si spacca per farsi rinascita.
Le immagini sono state ritagliate da vecchie riviste degli anni '60 e '70, un'epoca in cui la narrazione della donna e della sua posizione sociale era fortemente sfavorevole, oggettivata e relegata principalmente a una condizione domestica e accudente, un contesto in cui la violenza di genere era quotidiana e inconsapevolmente accettata da tutti.
Ho utilizzato queste immagini e questi titoli per raccontare la situazione odierna, dove la violenza familiare e la discriminazione di genere sono purtroppo ancora radicate (tanto da rendere certi articoli e pubblicità drammaticamente attuali). L'opera descrive anche la passività di fronte a tutto questo da parte delle autorità e della società, che giunge persino a cercare una sorta di godimento nello spettacolo quotidiano di violenze, soprusi e femminicidi.
Il corto narra una storia di violenza di genere, un caso tipico, da manuale, di omicidio-suicidio. Protagonista del racconto l’arte del riciclo in un cast di opere e installazioni della collezione in mostra permanente nella Factory Schipani. Qui è ambientato Il video, un museo d’arte industriale e del riciclo, nato nello stabilimento Ingg. AeM Schipani. In questo luogo ricco di suggestioni e di storia, al primo piano, nella ex sede della televisione locale TCF, si gira il video tra i vecchi set e gli uffici.
La zona Bar, set del programma “la prova del cuoco”, diventa la cucina, cuore della casa dove avviene l’omicidio.
Nell’antibagno i “volti bilanciati” di Carmelo Pugliatti, in forma permanente, diventano spettatori attoniti di un suicidio.
Il set del Tg diventa la cornice ideale per un telegiornale animato dalla voce del giornalista Fabio Mazzeo, qui celato dietro il volto di Anonimus, nell’opera “le armature di wall street” di Carmelo Pugliatti.
In Cor Omnia Vincit, la materia si fa carne e il trauma si trasforma in preghiera, dando vita a un’esplorazione viscerale dove ogni strato racconta una storia di resistenza. Su una tavola di legno marino — nobile, incorruttibile e custode di antiche memorie — si distende una stratificazione di rossi e rosa fusi, una polifonia cromatica che evoca la profondità di un’identità violata. Sopra questo abisso doloroso si adagia una sottoveste bianca, una trama diafana e fragile che rappresenta lo spazio sacro del sé, quella intimità che dovrebbe restare inviolabile.
In questo scenario, la plastica fusa riciclata smette di essere un rifiuto abbandonato per farsi grido civile: simbolo di un’epoca tossica che avvelena l’ecosistema e le relazioni umane, essa diventa metafora della degradazione culturale che alimenta l’abuso.
Quando violenza e disparità vengono subite in silenzio, prima o poi "esplodono" ...facendo "sentire" il proprio dolore e chiedendo, con tutto il diritto, soprattutto verità...e giustizia...
per fare spazio un giorno a quella pace e bellezza che abita dentro ognuno di noi...il vissuto di tante vite, che unite insieme, sono solidarietà, forza e speranza in un futuro più evoluto e ricco d'amore incondizionato...
Ed è qui che l'arte ha la sua fondamentale importanza primaria..perché in qualsiasi forma espressiva comunica e condivide qualcosa di intimo e profondo dove chi legge, chi guarda e chi ascolta...si rispecchia e si riconosce nel proprio "sentire"...
L’opera “Manipouler sans precaution” rappresenta un caleidoscopio di glutei, riflessi e frammentati in un'infinita ripetizione. L'assemblage, racchiuso in una scatola come un oggetto da esposizione, denuncia la mercificazione del sesso, riducendo il corpo umano, e in particolare il fondoschiena, a un mero oggetto di consumo. L'effetto moltiplicatore degli specchi sottolinea la criminale produzione di massa di corpi omologati, privati della loro individualità e sfruttati fino all'esaurimento. L'opera invita a una riflessione critica sulla prostituzione, sulla sessualità come merce e sulla perdita dei riferimenti identitari legati al genere e al sesso biologico.
«Oltre il velo» è un invito a vedere ciò che spesso rimane nascosto. L'immagine emerge solo quando lo sguardo supera l'apparenza, proprio come il valore di ogni persona si rivela oltre stereotipi, ruoli e pregiudizi. Attraverso un linguaggio visivo essenziale, l'opera invita a riflettere sulla parità di genere non come semplice principio di uguaglianza, ma come capacità di riconoscere, al di là di ogni velo, la dignità, l'unicità e l'umanità di ogni individuo.
L'opera si presenta come un'anatomia di luce, una sagoma fluttuante che trasfigura la materia per farla apparire come vetro policromo. Questa scelta estetica evoca la duplice natura della condizione femminile: una luminosità preziosa e vitale, ma strutturalmente esposta alla fragilità di una cultura che troppo spesso ne ha calpestato l'identità. La forma continua, simile a una spirale di DNA, simboleggia la volontà di riscrivere il codice delle nostre relazioni, spezzando i cicli di violenza per generare una nuova memoria collettiva.
Questa "paideia" ha bisogno di un nuovo metodo riferito ai nostri tempi e sarà un percorso lento e lungo ma quando "attecchirà" non tornerà indietro. È successo con la schiavitù, col voto alle donne, ecc. succederà anche con la parità.
Nel quadro, si parte dal basso a sinistra dove ci sono sagome di femmine (rosa) e maschi (azzurro) in successione dalla nascita alla vecchiaia, disposte su una strada dritta e lunga da percorrere.
Le sagome/ombra nere, poste dietro, non sono altro che uomini e donne "copioni" tossici che ci seguono e rappresentano l'Alter Ego negativo: il bullo, il violento, il predatore, il maschilista, ecc.. che non farebbero parte della vera natura dell'uomo. Queste sono una maschera ed una "gabbia invisibile" della virilità, del comando e della forza di cui ci si deve assolutamente liberare, manifestando anche le proprie fragilità.