Le sculture di Romualdo Napoleon Alberto trasformano materiali semplici in potenti strumenti di riflessione sociale. Attraverso immagini cariche di simbolismo, l'artista affronta temi universali come la violenza, la povertà, il consumo e le disuguaglianze, invitando lo spettatore a interrogarsi sul presente e sul valore della dignità umana.
Santa Maria madre di Dio non abbandonate i bambini che soffrono a cattiveria materiale
Legno di abete trovato in strada.
Misure: altezza 0.90, larghezza 0.20, profondità 0.30.
Questa scultura possiede una forte dimensione simbolica e narrativa. La figura femminile, alta e immobile, sembra incarnare una presenza archetipica: madre, protettrice, ma anche testimone silenziosa del dolore. Dietro l'apparente compostezza emerge una tensione profonda. Le sue mani poggiate sulle spalle del bambino non trasmettono soltanto protezione, ma evocano anche il peso di una sofferenza che attraversa le generazioni.
Il bambino, posto davanti alla donna, appare fragile e vulnerabile. Lo sguardo abbassato e il corpo esile suggeriscono una condizione di sottomissione e di smarrimento. Il piatto che stringe tra le mani, con la semplice fetta di anguria, può essere interpretato come simbolo di bisogni essenziali, di sopravvivenza, ma anche di un'infanzia privata della propria innocenza. È un'offerta minima, quasi un segno di povertà materiale e affettiva.
L'opera affronta il tema della violenza come eredità. La donna non è rappresentata soltanto come vittima, ma come portatrice di una memoria traumatica che rischia di trasferirsi ai figli. Il dolore subito diventa una ferita collettiva che attraversa il tempo, generando nuove vittime. In questa lettura, il rapporto tra le due figure racconta il dramma di chi nasce e cresce dentro contesti segnati dalla sopraffazione, dalla paura e dall'assenza di libertà.
La scultura può essere letta anche in una dimensione più ampia, politica e universale. La madre e il bambino diventano metafora di interi popoli sottomessi, costretti a vivere sotto il peso della guerra, dell'occupazione, della discriminazione o della miseria. Le mani della donna sembrano allora rappresentare il fardello della storia che grava sulle nuove generazioni, mentre il bambino incarna il futuro che cerca di sopravvivere nonostante tutto.
Particolarmente efficace è il contrasto tra il legno chiaro, che richiama la vita e la natura, e il basame
La prossima cena
Legno.
Misure: A. 0.90 x L. 1.20, P. 0.35
Quest’opera sembra costruire una riflessione potente e amara sul rapporto contemporaneo con il cibo. La composizione è organizzata come un trittico: a sinistra un pasto semplice, quasi povero, composto da pochi alimenti essenziali; al centro un pollo intero, aperto e disposto come una vittima sacrificale; a destra ciò che resta del consumo, una lisca con la testa del pesce ancora presente, simbolo dello scarto.
Le tre padelle assumono un forte valore simbolico. Non sono soltanto strumenti di cucina, ma diventano palcoscenici di una narrazione che accompagna il ciclo del consumo: desiderio, sacrificio e rifiuto. Il pollo centrale, con le ali aperte, richiama esplicitamente l'iconografia della crocifissione o del sacrificio rituale, suggerendo il prezzo nascosto dietro l'abbondanza alimentare. L'animale non appare come semplice alimento, ma come essere vivente trasformato in merce, qui anche il tema degli allevamenti intensivi.
La contrapposizione tra il cibo “di qualità” e gli scarti evidenzia una delle grandi contraddizioni della società dei consumi: da un lato la ricerca ossessiva dell'eccellenza gastronomica, dall'altro l'enorme quantità di cibo che viene sprecata. La lisca del pesce diventa così l'emblema di ciò che resta dopo il piacere del consumo, una traccia silenziosa che parla di spreco e di risorse dissipate.
La presenza del pane e dell'insaccato nella padella di sinistra introduce anche il tema della povertà. Sono alimenti semplici, popolari, che contrastano con la centralità spettacolare del pollo. Questo confronto sembra interrogare lo spettatore sulle disuguaglianze nell'accesso al cibo: mentre alcuni possono scegliere e scartare, altri si accontentano dell'essenziale.
Anche il materiale dell'opera, che appare lavorato artigianalmente nel legno, rafforza il messaggio. La materia naturale restituisce dignità agli animali rappresentati e crea una distanza critica rispetto alla produzione industriale e anonima del cibo. L'artista sembra voler rallentare lo sguardo, costringendo l'osservatore a riflettere su ciò che normalmente vede solo come prodotto da acquistare e consumare.
Nel complesso, l'opera denuncia una cultura in cui il cibo è spesso ridotto a oggetto di consumo immediato, mentre restano invisibili il sacrificio animale, il lavoro, lo spreco e la povertà. Attraverso immagini semplici ma fortemente evocative, invita a recuperare un rapporto più consapevole, etico e responsabile con ciò che portiamo in tavola.
Il maiale
Installazione - materiali: carta velina , filo di ferro, tessuto sintetico, calze e calzini, pittura rosa
Misure: A. 1.10 L. 0.70, Profondità 0.90
Questa opera sembra spostare il discorso dal piano della denuncia sociale a quello della critica economica e politica. Il maiale, rappresentato in forma monumentale e quasi disarticolata, emerge dal buio come un simulacro contemporaneo. La materia leggera e rugosa con cui è costruito contrasta con la forza simbolica del soggetto, generando una tensione tra apparenza e significato.
Il proverbio "del maiale non si butta via niente" è tradizionalmente associato a una cultura contadina fondata sul rispetto delle risorse e sulla necessità di non sprecare. In quest'opera, tuttavia, quel principio sembra essere ribaltato. Il maiale non rappresenta più la sapienza del riuso, ma diventa il simbolo di un sistema che pretende di valorizzare tutto e tutti, trasformando ogni cosa in merce.
La testa dell'animale appare come un idolo ambiguo: da un lato richiama l'abbondanza e il consumo, dall'altro l'ingordigia, l'arroganza e il potere. Il maiale diventa metafora di quelle società che si proclamano democratiche e inclusive mentre continuano a imporre modelli economici e culturali ad altri popoli. Una falsa democratizzazione che promette uguaglianza ma produce uniformità, dipendenza e nuove forme di subordinazione.
Breve curriculum
Napoleon Alberto Romualdo, nato ad El Salvador è scultore e laureato in arte plastica, ex docente universitario. Scrive di se stesso: “Mio padre era scultore e da piccolo lo osservavo sempre, mi sedevo sopra al tronco mentre lui lo tagliava con la sega. Con lui avevo un rapporto forte, entrambi abbiamo frequentato l’università e soprattutto trovato un rapporto con la Natura. Lavorando il legno si lotta con la fibra, ci sono tante varietà, cambia la durezza e gli strumenti utilizzati.”